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Formazione finanziata: le domande giuste prima di cominciare

Carla Bimbo, Chief Operation Officer di RDG, racconta a JòBlog come nasce un piano sostenuto dai fondi interprofessionali, chi coinvolge e quali responsabilità si assumono in ogni fase

Per molte imprese la formazione finanziata con fondi interprofessionali resta una possibilità intuita più che praticata: se ne conosce l’esistenza, molto meno la strada che porta da un’esigenza concreta a un corso in aula. Lungo quella strada ci sono valutazioni, documenti, scadenze e persone che non compaiono in nessun programma didattico, ma che ne decidono la riuscita. È la parte del lavoro meno raccontata, e anche quella in cui conta di più sapere chi si ha davanti. Per questo JòBlog torna a dare la parola a Carla Bimbo, Chief Operation Officer di RDG. Il suo percorso è passato dalla formazione alla consulenza organizzativa nelle aziende e all’orientamento professionale, prima di riportarla alla progettazione formativa: un’esperienza che le permette di tenere insieme gli obiettivi dell’impresa e le persone chiamate a raggiungerli. In questa intervista Carla sceglie di esporsi in prima persona: senza scorciatoie né promesse facili, entra nel merito di un lavoro che di solito resta dietro le quinte. Un confronto pensato per consulenti del lavoro, consulenti aziendali e responsabili HR che vogliono sapere su chi possono contare quando un’esigenza formativa deve trasformarsi in un progetto.

Nel rapporto con le aziende, che ruolo hanno i consulenti e responsabili HR nello sviluppo di una collaborazione con RDG sulla formazione finanziata?

Per me i consulenti del lavoro e gli HR manager sono fondamentali, tanto quanto i responsabili amministrativi, che devono credere nella formazione come tassello essenziale per la crescita delle imprese. Per l’imprenditore, i consulenti del lavoro sono persone di fiducia che lo supportano nella definizione delle strategie relative al personale e, insieme agli HR, sono le figure chiave per individuare le competenze necessarie a far crescere il personale e, di conseguenza, le aziende. Sono loro, insieme, a dettare la strategia di un’azienda e a determinarne la crescita. RDG può sostenere i progetti ambiziosi che l’azienda intende realizzare affiancando gli HR (o, nel caso delle micro e piccole imprese, lo stesso imprenditore) nell’assessment delle competenze necessarie per far crescere il business, stringendo anche un patto solidale con il responsabile amministrativo, che deve tenere sotto controllo i costi della società.

Definisci RDG una “boutique di talenti”: in cosa si distingue, sul piano pratico, un vostro percorso su misura da un corso a catalogo?

Il catalogo è solo uno strumento che permette all’imprenditore di visualizzare facilmente le possibilità di formazione che possiamo offrire, ma in realtà nessun percorso è uguale a un altro, perché non esistono aziende uguali, anche quando hanno lo stesso codice Ateco o realizzano lo stesso prodotto. Crediamo fortemente nell’unicità delle persone e delle aziende: per questo, prima di ogni percorso di formazione  o, come preferisco definirlo io, di ogni “piano di crescita aziendale”, il nostro esperto entra in azienda, ascolta il fabbisogno reale, analizza ciò che già esiste e progetta un percorso sulle persone, che ne migliora realmente le competenze partendo da quelle che già possiedono e dagli strumenti che utilizzano.

Dalla richiesta di finanziamento alla rendicontazione finale, di che cosa si fa carico RDG nella gestione tecnica e amministrativa del piano e cosa resta in capo all’azienda?

Ogni attività è a carico esclusivamente di RDG: tutto ciò che riguarda l’organizzazione e la gestione della formazione spetta a noi, mentre ai referenti aziendali chiediamo di impegnarsi nella definizione degli obiettivi, partecipando attivamente alla propria crescita.

Parlo in prima persona, da imprenditrice che ha sempre odiato la burocrazia e che crede fermamente che chi guida un’azienda debba pensare al proprio business, e non alle carte necessarie per raggiungere i propri obiettivi. Mi sono detta che ciò che non piace a me non può piacere nemmeno agli altri imprenditori; per questo lascio loro solo l’onere di firmare i piani di crescita e di impegnarsi direttamente nella formazione, perché è il titolare a dover dare il buon esempio: se vuole che i propri dipendenti crescano, deve crescere con loro

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